Dal “caso Milano” alle aree interne: ripensare il governo dei territori.
25 Luglio 2025, quotidiano regionale “La Sicilia”. Una mia riflessione sui divari socio-economici che stanno ridisegnando forme e funzioni della città contemporanea e il rapporto con le aree marginali.
Il “modello Milano”, al netto delle specificità locali e delle implicazioni giudiziarie, non stupisce chi, tra geografi, sociologi e urbanisti, se ne occupa da anni. È un paradigma consolidato in diverse città globali su cui esistono fiumi di inchiostro nelle riviste scientifiche.
È il frutto della finanziarizzazione dell’economia urbana, scaturita dall’intreccio perverso tra mercato immobiliare, governo del territorio e finanza che, soprattutto a partire dalla crisi del 2008-09, sta ridisegnando città sempre più elitarie, dove si costruiscono unità immobiliari che, essendo forme di investimento non compensate dall’incremento di alloggi sociali, soddisfano più le mire speculative che il bisogno di case accessibili. Se si pensa che la Commissione Europea nel 2025 ha lanciato l’«Affordable Housing Dialogue», una piattaforma di consultazione per redigere un piano europeo per la casa accessibile, si capisce quanto questi processi che sembrano distanti – grandi investimenti, fondi finanziari, progetti visionari – in realtà ci riguardino tutti.
D’altra parte, non è nemmeno un fenomeno nuovo. Le politiche neoliberiste hanno eroso il ruolo del pubblico negli ultimi decenni, delegando ai privati il governo della città gestite come imprese. Lo diceva il geografo David Harvey già nel 1989: le città si vendono al miglior offerente in un’ottica imprenditoriale, spesso mobilitando strategie di marketing per costruire immaginari scintillanti con cui attirare nuovi flussi di capitali e persone, quell’élite transnazionale fatta di investitori, turisti alto-spendenti, expats.
Non ci sarebbe nulla di male ad attirare nuovi flussi, in linea teorica, se non fosse che non rispondono ad alcuna logica redistributiva. Cosa resta nelle città? E, soprattutto, per chi? I fondi immobiliari grazie a cui interi quartieri sbucano fuori dal nulla alimentano una bolla che a Milano è scoppiata da tempo, intrecciandosi con la gentrificazione o la turistificazione. Chiudono piscine pubbliche e biblioteche e sorgono grattacieli green per super ricchi, si riducono i servizi per i residenti e aumentano Airbnb e ristoranti per turisti.
Neanche le nostre città del Sud sono immuni da questi processi, sebbene una certa perifericità rispetto agli snodi finanziari globali li preservi al momento da certi eccessi speculativi, lasciando prefigurare traiettorie per una rigenerazione “meridiana” – per parafrasare Franco Cassano – se vi fosse la volontà politica: è questo il focus del progetto RISE – Urban regeneration, infrastructure reconversion and social equity dell’Università di Catania, che riunisce urbanisti, geografi, architetti ed economisti.
Mentre il dibattito recente è dunque trainato dal caso Milano, langue nelle retrovie una questione che pure per qualche giorno aveva guadagnato la ribalta mediatica: la pubblicazione del nuovo Piano strategico per le aree interne. Il piano identifica, tra tutti i territori marginali italiani affetti da spopolamento, emigrazione e contrazione di servizi, quelle aree in cui il processo è giudicato irreversibile e, dunque, le politiche possono prevedere soltanto una sorta di accompagnamento alla “morte” territoriale: luoghi che soffrono per la contrazione demografica, è vero, ma che non sono affatto morti, né privi di energie e progettualità.
È certamente una legge del giornalismo: la notizia più recente fagocita le precedenti. Ma è anche, se vogliamo, una metafora di quella che è stata sempre la dialettica urbano-rurale, centro-periferia. O, meglio, gli immaginari che l’hanno governata: la città, abbagliante milieu di innovazione che tutto attrae e trattiene, e le aree marginali sospese nel limbo dell’abbandono, in un rapporto di dipendenza che ha legittimato, per anni, lo spiccato urbanocentrismo di politiche, flussi e interessi.
Non si tratta di cedere a vuote tifoserie territoriali, di propugnare un ritorno-ai-borghi da idillio romantico contro oscure città-cannibali o reindirizzare tout-court investimenti e progettualità. Piuttosto, si tratta di capire quale visione territoriale perseguire, nelle città e nei piccoli paesi. L’OECD reputa prioritarie le politiche “place-based”, ovvero quelle strategie che scaturiscono dai bisogni dei territori per il superamento dei divari. Eppure se ne parla spesso – tra l’altro senza neanche adottarle – in relazione alle aree marginali, quando invece anche nelle città bisognerebbe partire da quello che vogliono i luoghi, e quindi chi li abita, per immaginarne il futuro: servizi pubblici efficienti, case accessibili e dignitose, infrastrutture sociali come parchi e biblioteche. Diritti di cittadinanza, insomma, da reclamare con forza tra i grattacieli svettanti così come nei territori remoti.